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Ti sei mai sentito impotente davanti a una situazione che si ripete in modo persistente? Ti ritrovi a viverla come un fatto ineluttabile. Una condizione dalla quale non puoi scappare e che non puoi nemmeno cambiare ? Sarà impotenza appresa ? Scopriamo insieme cos’è e come un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può incidere. 

La storia di Jorge Bucay è molto emblematica e rivela una realtà alla quale tutti, più o meno, siamo confrontati. 

Tuttavia i nostri bambini o ragazzi con DSA, in modo particolare, vi devono fare i conti già da molto piccoli.

L’impotenza appresa cos’è ?

Il concetto di impotenza appresa scaturisce dalla capacità dell’essere umano di adattarsi alle avversità. Effettivamente siamo fatti per imparare e in particolare abbiamo la flessibilità di modificare i nostri comportamenti in funzione delle esperienze fatte che riteniamo più salienti.

Martin Seligman, considerato il fondatore della psicologia positiva, è stato tra i primi a studiare in modo sperimentale l’impotenza appresa e darne una definizione. Dai suoi studi ha riscontrato che dopo diversi tentativi infruttuosi nell’affrontare un’avversità, subentra l’impotenza acquisita, ossia la rassegnazione. In altri termini la convinzione che di fronte a questa precisa situazione non è possibile fare niente. Quindi vengono meno sia la motivazione per venirne fuori che la forza per farlo. Diventa una gabbia senza sbarre.

DSA e la gabbia senza sbarre

La frase più detta e ripetuta ai bambini dislessici è probabilmente che è intelligente, ma non s’impegna. Magari non è stata detta soltanto a scuola, ma anche a casa, perché effettivamente il bambino è intelligente, ma la sua lettura o i suoi scritti sono deludenti e in genere l’unica spiegazione che i grandi danno a questa incongruenza è la mancanza d’impegno. Quando questa frase riecheggia in continuazione, non per un giorno, ma per anni, che effetto avrà sulla motivazione e la forza di affrontare le difficoltà ? Invece di emozioni positive, le quali favoriscono gli apprendimenti, al loro posto subentrano sentimenti negativi, quali impotenza e incapacità. 

Mettiamoci nei loro panni

Immaginiamo per un attimo gli sforzi che il bambino fa per far fronte alle sue difficoltà spesso da solo. In prima elementare, il bambino entra a scuola entusiasta, perché diventa grande e imparerà a leggere. È un’attività che tutti i bambini aspettano con eccitazione. Fa parte della crescita normale, come quando faceva le prime prove per imparare a camminare. Tuttavia succede qualcosa. Ci prova, s’impegna, ci riprova e ritenta, ma niente, non gli riesce, i risultati sono scadenti ed è rimproverato di non essersi impegnato a sufficienza. Ci riprova, si sforza di più, ma è sempre uguale. Oltre tutto vede i suoi compagni che lo fanno con tanta facilità, ma nessuno vede lo sforzo che ci mette. Allora l’unica spiegazione che trova è che non serve a nulla sforzarsi, tanto non serve a niente, forse è solo stupido. Il bambino proverà varie strategie, c’è chi fugge, cercando in ogni modo di evitare il problema, chi si chiude in sé stesso o, al contrario, crea confusione in modo che nessuno si accorga del suo disagio, ma il problema è sempre lì. Già alla fine della prima elementare l’impotenza ha già messo radici.

Non sono necessari anni per convincersi di non poter fare niente. Ho trovato interessante l’esperimento svolto dalla professoressa Charisse Nixon.

Ipotizzando, che tutto ciò che vive il bambino in prima elementare, prosegua negli anni successivi delle elementari e delle medie, non sorprende che alcuni soffrano di ansia e depressione.

Addirittura per quanto riguarda la discalculia, l’impotenza può essere appresa già prima, perché i concetti legati al numero e alle quantità sono innati e il bambino già alla scuola materna potrebbe riscontrare la sua incapacità. Ecco perché spesso lo scoglio motivazionale per la matematica è molto forte.

Rompere il circolo vizioso

L’impatto psicologico di questi insuccessi lascia una profonda traccia nella personalità anche se, magari grazie ad un carattere forte o al sostegno della famiglia o chi circonda il ragazzo non porterà alla depressione. 

Sicuramente le capacità innate di adattamento della persona aiutano, tuttavia troppo spesso questa impotenza segna in maniera profonda la sfera degli apprendimenti e della scuola, nonché dell’autostima. Per cui è essenziale spezzare questo circolo vizioso. Ma come fare ?

È vero che la diagnosi può arrivare solo alla fine della seconda elementare per la dislessia o della terza per la discalculia, tuttavia davanti alle prime difficoltà a fare la grande differenza saranno gli adulti informati.

Per quanto riguarda gli insegnanti, anche senza diagnosi, usare una didattica adeguata e valorizzando sia i punti di forza che l’energia investita, potrebbe contrastare l’evidente difficoltà e l’insorgere di questi sentimenti d’incapacità.

D’altra parte, noi genitori non dovremmo essere spaventati più del bambino, troppo spesso queste difficoltà vengono ignorate o rifiutate, perché si pensa che un disturbo dell’apprendimento sia una malattia o un ritardo mentale. Questo andrà solo a rafforzare i sentimenti d’inettitudine del bambino oltre che di solitudine, perché affronta un problema che i genitori respingono e quindi, di fatto, il bambino si deve arrangiare da solo come meglio può.

La collaborazione informata tra la scuola, o meglio gli insegnanti e i genitori è fondamentale.

Un altro modo che può aiutare a spezzare questo circolo vizioso è avere e inculcare il giusto concetto dell’errore. Sembra banale, ma è importante. L’errore non va giustificato, certo, ma considerato un aspetto essenziale della crescita e dell’apprendimento e non una definizione della persona.

Secondo te, cosa si dovrebbe fare per creare un ambiente che contrasti il circolo vizioso dell’impotenza appresa ? Scrivi i tuoi suggerimenti nei commenti.

Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay elefante legato

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