Dislessia evolutiva cos’è e come intervenire

da | 27/11/2020 | DSA | 0 commenti

La dislessia è un termine che tutti conosciamo. Le idee sulla dislessia tuttavia restano ancora confuse e spesso legate a falsi stereotipi. C’è chi pensa che sia una malattia di cui si soffre, altri che sia un ritardo mentale o un segno di stupidità, altri ancora pensano che sia semplicemente un problema d’inversione di lettere e parole. È quindi doveroso esaminare esattamente cos’è la dislessia evolutiva, come si può riconoscere e cosa si può fare al riguardo.

Dislessia: significato e definizione

La LEGGE 8 ottobre 2010, n. 170 nell’articolo 2 definisce così la dislessia:

“Ai fini della presente legge, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura.”

Secondo l’International Dyslexia Association (IDA) “la dislessia è una disabilità dell’apprendimento di origine neurobiologica. Essa è caratterizzata dalla difficoltà ad effettuare una lettura accurata e/o fluente e da scarse abilità nella scrittura (ortografia). Queste difficoltà derivano tipicamente da un deficit nella componente fonologica del linguaggio, che è spesso inatteso in rapporto alle altre abilità cognitive e alla garanzia di un’adeguata istruzione scolastica. Conseguenze secondarie possono includere i problemi di comprensione nella lettura e una ridotta pratica nella lettura che può impedire una crescita del vocabolario e della conoscenza generale”.

Le cause della dislessia

Fondamentalmente la causa della dislessia è neurobiologica. Significa che è una caratteristica con la quale si nasce e rimane per tutta la vita. Può comunque essere condizionata in meglio o in peggio a seconda di svariati fattori. Per esempio se da una parte un problema di udito negli anni di acquisizione del linguaggio potrebbe accentuarne la gravità, dall’altra un intervento precoce di riabilitazione logopedica potrebbe diminuire l’impatto del disturbo.
L’articolo 1 della Legge 170/2010 introduce tutta la norma con le seguenti parole:
“La presente legge riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacità’ cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana.”

Le conseguenze del disturbo

Anche se i principali problemi che hanno i dislessici sono vissuti principalmente a scuola, qualsiasi dislessico vi potrà confermare che porta con sé tante complicazioni anche nella vita quotidiana. Il seguente aneddoto narrato da un ragazzo dislessico è certamente emblematico dei problemi che incontrano i dislessici. Facendo un viaggio in treno, notò con piacere che il treno era in anticipo. Infatti quando lesse il nome della fermata, Termini, la stazione dove doveva scendere, scese dal treno, solo per accorgersi, una volta sulla banchina che la fermata era Terni. Possiamo solo immaginare cosa comportò per quel ragazzo arrivare in seguito a destinazione. Ecco, questa è la dislessia nella vita di tutti i giorni.
È vero che con un po’ di umorismo tutto diventa più leggero, ma il susseguirsi di esperienze negative di questo tipo tutti i giorni, prima a scuola e poi anche nella vita comune, porta con sé un serio effetto a livello psicologico e in particolare per quanto riguarda l’autostima.

Tuttavia, come recita la legge, voglio sottolineare ciò che la dislessia è, o meglio NON è:

  • non è una malattia,
  • non è un deficit di intelligenza,
  • non dipende neanche da problemi ambientali, psicologici o da deficit sensoriali.

Ovviamente la dislessia ha una particolare incidenza nell’ambito scolastico e prevalentemente in relazione con lo studio e gli apprendimenti. Infatti ad oggi il principale veicolo della conoscenza è il testo scritto.

Perché si chiama dislessia evolutiva?

È definita evolutiva, perché si riferisce all’età evolutiva che va dalla nascita ai 18 anni. L’evoluzione che caratterizza questo periodo della vita, non risparmia nemmeno questa caratteristica. Infatti nel corso della crescita il disturbo si modifica e può manifestarsi in modi diversi anche se rimane presente.
La questione dell’età è significativa, perché la diagnosi clinica può essere fatta solo a partire dalla fine della seconda elementare (7-8 anni), ma essendo un disturbo dell’età evolutiva in realtà si possono riconoscere dei segni predittivi già dai 4-5 anni.

Come riconoscere la dislessia

Quali siano i segnali della dislessia è una domanda che molti, sia genitori, ma ancora di più insegnanti si pongono. Non è sempre facile individuarli perché questo disturbo specifico di apprendimento non è palese sulla persona e per di più non si manifesta sempre nello stesso modo. Infatti spesso ci chiediamo come riconoscere i sintomi.

Individuare i segni predittivi alla scuola materna

La dislessia, come menzionato prima, riguarda la “componente fonologica del linguaggio”. Quindi se già alla scuola materna si notano ritardi di linguaggio, un vocabolario ridotto o importanti difficoltà nel ripetere le rime o le filastrocche, possiamo avere davanti dei campanelli d’allarme. 

Perché in un’altissima percentuale dei casi di problemi legati al linguaggio si possono sviluppare in seguito Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ovviamente non si stabilirà una diagnosi, ma sono dei segnali importanti da non sottovalutare e sarebbe opportuno richiedere una valutazione. 

Segni predittivi di DSA alla materna

Siccome il linguaggio è il precursore dell’apprendimento, stimolare l’area linguistica lavorando con uno specialista come il logopedista può prevenire o addirittura risolvere alcuni problemi sul nascere. Ovviamente non si stabilirà una diagnosi, ma sono dei segnali importanti e sarebbe opportuno valutare il profilo di sviluppo.

Dalla scuola primaria in poi

Generalmente è con l’introduzione della letto-scrittura che emergono le prime difficoltà, ma in prima elementare per tanti motivi si esita ad approfondire la questione. Oltre alle difficoltà persistenti nella correttezza e nella velocità di lettura, il rifiuto di un bambino di leggere ci può far capire se un bambino è dislessico, specialmente se si dimostra intelligente. Questa incongruenza è un vero campanello d’allarme.

Possiamo fare un paragone molto semplice, quando il nostro bambino arriva a 6 mesi e non riesce a sedersi o arriva ad un anno e non vuole camminare, cosa facciamo? Ne parliamo subito col pediatra, perché sappiamo che sono tappe fondamentali e che i bambini le raggiungono automaticamente. Se non lo fanno, non pensiamo che siano svogliati, ma che ci sia qualche problema. Per la lettura è la stessa cosa, rientra nelle tappe evolutive dello sviluppo.

Tutti i bambini anelano ad imparare a leggere, se non è così, è saggio indagare e non concludere subito che sia svogliato. Personalmente aggiungerei che, proprio quando vediamo che il bambino è intelligente e non riesce a leggere, è indispensabile approfondire. Questa incoerenza rientra nei fattori presi in considerazione al momento della valutazione di un eventuale dislessia.

Per di più quando la dislessia è lieve può essere ancora più difficile riconoscerla, siccome la difficoltà nella lettura non è evidente, i segnali possono facilmente essere fraintesi. Non è raro che lo studente lamenti mal di testa, mal di pancia quando studia o nei periodi molto impegnativi come febbraio-marzo o in procinto della chiusura del quadrimestre, dove si concentrano molte interrogazioni e verifiche. Questi malesseri possono essere facilmente scambiati per problemi di stress o ansia, ma in realtà possono essere la diretta conseguenza dell’affaticamento provocato dai DSA.

Come riconoscere la dislessia negli adulti

Con la crescita avviene in una certa misura un compensazione, ma il disturbo rimane. Oltre ad un percorso scolastico spesso difficoltoso, la lettura rimane comunque lenta e gravoso. Altri indicatori possono essere la presenza di errori ortografici e/o la difficoltà nel pronunciare parole multisillabiche. Peraltro si possono riscontrare problemi nella comprensione del testo scritto, nonché nel coglierne le inferenze. Questo ostacolo porta in genere ad evitare attività che implicano la lettura e ad adottare costantemente canali alternativi al testo scritto. Un ulteriore aspetto che possiamo menzionare è la difficoltà nel recupero del lessico, per esempio, al momento di un’esposizione orale o nella narrazione di un evento.

I criteri di valutazione di una diagnosi di DSA

Quando il neuropsicologo o lo psicologo abilitato deve fare una valutazione per diagnosticare i DSA, nello specifico la dislessia, prenderà in considerazione diverse informazioni. Oltre alla storia del soggetto, il clinico deve tener conto dei criteri di esclusione, ciò significa che se è presente uno dei seguenti fattori non può essere fatta una diagnosi di dislessia e in controparte considererà i criteri di inclusione che indicano che sia probabile la presenza del disturbo.

Criteri di esclusione

  • Disabilità intellettiva
  • Disturbo neurologico, traumatico o malattia
  • Disturbo sensoriale visivo o uditivo
  • Condizione di svantaggio psicosociale
  • Deprivazione da inadeguato ambiente educativo

Criteri di inclusione

  • Disturbo specifico, solo su precise aree
  • Significativo impatto sul andamento scolastico
  • Comorbilità dei DSA, ADHD, DL
  • Prestazione notevolmente scadente nei test

 

Per quanto riguarda la lettura, per esempio i test evidenzieranno la velocità e la correttezza della lettura sia di parole conosciute che di “non parole”, ma come menzionato la valutazione non tiene conto esclusivamente di questo. Solo dopo un’attenta lettura di tutti questi dati verrà dichiarata la diagnosi di dislessia e sarà possibile ottenere una certificazione valida per i fini scolastici o istituzionali.

Bambini con DSA come aiutarli

Come abbiamo visto non esiste una cura. Quindi è necessario capire bene cosa sono i disturbi specifici dell’apprendimento. Oltre a ciò, capire come si manifestano a livello personale o individuale nel bambino e infine mettere in atto le giuste strategie.
Tuttavia per fare quest’ultima cosa, quindi per aiutare veramente il piccolo studente a raggiungere un vero successo formativo, non basta il buon lavoro del genitore, dell’insegnante o dello specialista. È fondamentale una reale sinergia tra queste figure. Creare una rete autentica che renda il percorso scolastico, non solo efficace, ma anche sereno e proficuo.

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